From the Blog

Attilio Pavin. Dal 1970 ad oggi

Pittura o fotografia? Non c’è risposta al dilemma.
E’ la prima domanda che ci si pone dinnanzi alla opere di A. Pavin. I momenti della sua ricerca si ispirano all’esperienza della pittura moderna e attraversano inizialmente alcune fasi: la composizione, la forma, la materia, il colore e la luce. Degli anni settanta sono le prime sperimentazioni “off-camera”, il bianco e nero, la ricerca di equilibri compositivi, il reale con le sue suggestioni espressive. Negli anni ottanta e novanta Pavin osserva la città, o meglio i luoghi dell’esistenza. I segni lasciati sono storia, ogni traccia “sublimata” dalla fotografia diviene un documento (i muri d’Irlanda e di Berlino) e un invito a non subire ciò che ci sta accanto, con l’indifferenza di chi passa e va, ma ad essere dei protagonisti. Il colore appare presto come elemento espressivo dominante; è il segno della vita che ci fluisce attorno, di ciò che di essa rimane, un documento. E’ espressione dell’esistenza dell’uomo, un segno colto dai “muri”, nelle forme e nella vita della città, con tutto il suo dinamismo. Il colore qualifica l’esistenza dell’uomo e nelle opere di Pavin ci rimanda a tonalità positive ove le tensioni si risolvono presto nel fluire gioioso dell’esistenza. Una giostra di colori è l’immagine più viva di una realtà indagata, trasfigurata e interiorizzata. La perfezione del tecnicismo fotografico di A. Pavin appare superata nella sua più recente ricerca: Street Jazz, New York. La fotografia istantanea è lo strumento che gli consente di sovrapporre sensazioni ed emozioni forti, suoni e rumori alla realtà, nell’attimo in cui l’immagine si sta formando ed emerge. Il risultato è sorprendente, le immagini catturate vibrano nel nostro animo rimandandoci alle percezioni più sottili e complesse del nostro inconscio. “La grandezza della fotografia è nella sua enorme possibilità di dilatazione della capacità fisica e mentale dell’uomo di vedere e quindi di conoscere” P. Giaretta – Percorsi di A. Pavin Street Jazz 2003. Se mi è consentito, vorrei aggiungere “e sentire”.
Enrica Volpi

Have your say